Un anno senza Sergio Marchionne. Era il mattino del 25 luglio del 2018 quando una notizia sconvolse il mondo dell’automobilismo e non. “Sergio Marchionne a causa di una brutta malattia è morto”, questa è la notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire lo scorso anno.

Sergio Marchionne durante la sua vita è stato senza dubbio una delle grandi menti ed eccellenze italiane. Il suo approccio manageriale verrà ricordato per molto tempo.

Durante la sua vita non è stato sempre apprezzato per alcune sue scelte “forti” ma del resto non si può sempre piacere a tutti. Prendere decisioni è il destino solo di uomini forti che vogliono creare qualcosa di diverso e vogliono lasciare una loro impronta.

Jack Ma, Indra Nooyi, Jeff Bezos, hanno tutti qualcosa in comune, cioè la capacità di prendere decisioni anche nei momenti difficili (positive la maggior parte delle volte ma anche negative).

L’Italia con la perdita dell’abruzzese perse uno dei più grandi amministratori delegati dell’ultimo decennio.

Un anno senza Sergio Marchionne: la sua storia

Sergio Marchionne nasce nel 1952 a Chieti e all’età di 66 anni muore per una brutta malattia a Zurigo. Ha vissuto parte della sua vita in Canada dove si è laureato in filosofia presso l’università di Toronto. In seguito presso l’università di York si laureò in giurisprudenza per poi fare un master in business administration a Windsor.

Ha sempre creduto che in ogni azienda prima dei flussi economici, siano importanti gli uomini, che rappresentano quindi la virtù di queste. Questo pensiero si avvicina anche al pensiero di impresa di Brunello Cucinelli e di molti imprenditori che hanno un approccio moderno alla vita d’azienda.

Sergio Marchionne: carriera lavorativa

La carriera lavorativa di Sergio Marchionne inizia in Deloitte, dove lavora per 10 anni come avvocato commercialista ed esperto nell’area fiscale. Divenne amministratore delegato in SGS nel 2002, è stato anche senior indipendent director presso UBS.

La figura di Sergio Marchionne però è principalmente legata al colosso creato dal suo lavoro FCA (Fiat Chrysler). Per le doti messe in mostra durante il suo periodo lavorativo in SGS, entrò a far parte del consiglio di amministrazione in Fiat nel 2003. Nel 2004 divenne amministratore delegato. Prende in mano la Fiat che ormai veniva da anni bui e consente una ripresa dell’azienda che riporta al successo.

Accordo Fiat – Chrysler

Nel 2011 il gruppo Fiat si divide in due gruppi. Questa è la prima scelta strategica di Sergio Marchionne che separa il gruppo che si occupa della produzione di automobili da quello che produce veicoli ad uso agricolo, con la nascita di Fiat Industrial. Questa separazione è funzionale poi all’accordo con Chrysler che avvenne nel 2014. Si dice che Marchionne abbia parlato con Obama e gli abbia richiesto di prendere in gestione Chrysler per riportarla al successo. Da questa unione tra Fiat e Chrysler nasce FCA una società tra le più potenti al mondo. 

Dopo la morte di Sergio Marchionne di un anno fa, FCA è guidata da Michael Manley che ancora sembra che non abbia lasciato una grande impronta. Il gruppo Ferrari è un po’ in difficoltà con il mercato sempre più aggressivo e competitivo ed è sempre di più un Davide contro Golia.

Michael Manley ha provato a chiudere un grande accordo tra Renault-Fca-Nissan. Questo accordo avrebbe portato alla creazione di una delle più grandi aziende di sempre, tuttavia è saltato.

La passione di Sergio Marchionne

Da quanto raccontava Marchionne, durante la sua vita in genere dormiva 4 ore a notte e lavorava sempre 7 giorni su 7. Affermava questo, non con sdegno o rimorso, anzi, era contento della sua vita, la sua vita era quella, caratterizzata dalla grande passione in tutto ciò che ha sempre fatto.

Gli imprenditori che hanno lasciato il segno durante il loro percorso di vita hanno fatto di tutto per seguire al di là di tutto e tutti le loro passioni. Sergio Marchionne nonostante fosse l’amministratore di una delle società più grandi al mondo era allo stesso tempo un sognatore. Nella vita tuttavia non è facile essere imprenditori, lui stesso dichiarò che:

“La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo.”